III Domenica dopo Pentecoste

Gen 2,4b-17; Sal 103; Rm 5,12-17; Gv 3,16-21

Nell’illustrazione della storia della salvezza a partire dalle origini, cominciata domenica scorsa, l’attenzione verteva sulla creazione dell’uomo pensato nella sua essenziale relazione con il prossimo. L’uomo è stato creato da Dio a sua immagine, come «essere per gli altri», e questa sua natura comunionale trova l’espressione più luminosa nel comando di Gesù di amare, persino i nemici. L’amore è il DNA più proprio dell’uomo, per quanto la malattia genetica del peccato lo abbia intaccato inclinandolo al male.

La prima lettura di quest’oggi ancora riguarda la creazione dell’uomo, attirando però l’attenzione sulla sua responsabilità personale. La predisposizione ad amare gli altri non è, infatti, un istinto naturale o un automatismo spontaneo, ma un invito alla libertà dell’uomo, che può corrisponderlo oppure rifiutarlo. Il racconto della creazione, nella sua forma più arcaica, accompagna alla comparsa dell’uomo quella dell’ambiente che gli consenta di esistere: tra l’uomo e la terra sussiste un legame vitale. Si dice, infatti, che «il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo». Da questa rappresentazione mitica della creazione traspare un insegnamento che le odierne vicende dell’ecologia evidenziano nel suo aspetto negativo: il destino della terra e quello dell’uomo sono strettamente intrecciate. L’ambiente entro il quale l’uomo viene collocato è gradevole e benefico, bello e buono: si tratta di un giardino, che la tradizione religiosa ha nominato come Paradiso, il Paradiso terrestre. Nel giardino in Eden, l’uomo gode di ogni risorsa per vivere, «ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare». In particolare, vi è in mezzo al giardino «l’albero della vita», il quale concentra simbolicamente la vitalità di tutti gli alberi del giardino e, ancor di più, di tutta la fecondità e fruttuosità di Eden, capace di vivificare il mondo intero, come lascia intendere l’immagine del fiume che, uscendo da Eden, si divide e forma quattro grandi fiumi, che scorrono irrigando tutta la terra. Affinché l’uomo viva, insieme all’abbondanza di risorse gli è data anche indicazione di evitare ciò che può danneggiarlo mortalmente. «Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». Il divieto perentorio di Dio sembrerebbe, di primo acchito, privare l’uomo di una possibilità, limitando la sua libertà di fare ciò che vuole, di decidere da sé che cosa è buono e che cosa non lo è. In realtà, poiché non è l’uomo ad aver creato il mondo e nemmeno se stesso, un Altro, meglio di lui e come lui non potrebbe, conosce ciò che è bene e male. Il divieto divino non è dunque una proibizione mortificante, ma la condizione affinché l’uomo non si faccia del male e goda di tutto il bene per lui creato. Ciò che Dio esige dall’uomo è ciò che un genitore impone al bambino, inconsapevole del fatto che non tutto ciò che vede può essere portato alla bocca e ingerito.

L’eventualità sinistra che il divieto divino vorrebbe scongiurare, si è malauguratamente verificata nella storia, fin dai suoi inizi. È quanto l’epistola odierna, tratta dalla lettera di Paolo ai Romani, rievoca con linguaggio teologico. La presenza del peccato, sin dall’inizio della vita di ciascun uomo, è illustrata mediante il riferimento ad Adamo, il primo uomo. Il diffondersi del peccato a partire dalle origini dell’umanità rassomiglia al fluire di un fiume, che entra in un territorio e si propaga. L’immagine evoca quella della prima lettura, ossia dei quattro fiumi che fuoriescono dal giardino in Eden diramandosi nel mondo. Questa volta però è il peccato che si diffonde coinvolgendo e trovando complicità in tutti gli uomini, di ogni area geografica ed epoca storica. Non è però questo solo il flusso che attraversa la storia degli uomini, benché non di rado, anche tra i cristiani serpeggi l’idea che il mondo vada di male in peggio e che mai, come oggi, il male trionfi. Paolo annuncia ai cristiani di allora, affermando però una verità per sempre, che nella storia non scorre solo il fiume del male, ma anche quello del bene, di un bene che non derivando dall’uomo, ma essendogli a lui donato senza che ne abbia alcun merito, prende il nome di «grazia». Il «dono di grazia» presenta alcune differenze decisive rispetto al male del peccato. La prima differenza è che mentre al flusso maligno del peccato cooperano tutti gli uomini a partire dal primo, ma non senza la complicità di ogni altro, il flusso del bene è originato da un solo uomo, Gesù Cristo. La sproporzione tra la complicità universale nel peccato e il dono reso disponibile da un solo uomo sembrerebbe ridurre la grazia divina a una goccia d’innocenza entro un mare di ingiustizia. Ma, e questa è la seconda differenza della grazia rispetto al peccato, la prima è di una potenza soverchiante la seconda; se dunque le acque maligne del peccato mortificano il mondo degli uomini, «molto più […] l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo». Il peccato e la grazia non scorrono nella storia a prescindere dalla libertà degli uomini. Ogni uomo, anzi, benché inevitabilmente raggiunto e coinvolto nel peccato, può divenire nei confronti della grazia come uno scoglio o come una spugna. Ogni uomo può resistere alla grazia, chiudendosi nella incredulità, oppure lasciarsi invadere, aprendosi alla fede.

Incredulità e fede non sono atteggiamenti generici, ma disposizioni concrete che l’uomo assume nei confronti di Gesù, il Figlio di Dio. Questa alternativa trova riscontro nell’odierno brano evangelico tratto dal testo di Giovanni nei seguenti termini: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Questa formulazione potrebbe essere equivocata, immaginando che Dio condanni chi non crede nel Figlio. Il senso della frase giovannea, però, non è questo. Non è Dio che condanna chi non crede nel Figlio, ma è chi non crede in lui che si condanna a permanere nel peccato. Dio non ha altro desiderio che quello di salvare gli uomini dal male. Agli uomini è chiesto di lasciarsi salvare. Solo questo. Ma proprio questo, quello di affidare ad un altro la propria salvezza è quanto mai difficile per l’uomo. Ciò che però è difficile, persino impossibile all’uomo, non lo è per Dio! Nel suo aiuto, dunque, confidiamo.

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