IV Domenica dopo Pentecoste

Gen 6,1-22; Sal 13(14); Gal 5,16-25; Lc 17,26-33

Il racconto della storia della salvezza giunge questa domenica in prossimità dell’episodio di Noè. L’insegnamento di quella vicenda viene ripreso da Gesù, e trova eco nella predicazione dell’apostolo Paolo. Consideriamo distintamente le tre letture odierne, secondo questa sequenza.

L’ingresso in scena della figura di Noè, nel racconto delle origini dell’umanità, avviene sullo sfondo di un mondo ormai invaso dal male. A partire dal peccato di Adamo, e quindi dall’omicidio di Abele per mano di suo fratello Caino, la storia è inquinata dalla violenza maligna che, come un fiume in piena, raggiunge livelli devastanti. Questo ingigantirsi del male trova rappresentazione, forse, anche nell’antefatto all’ingresso in scena di Noè, in cui si riporta una leggenda popolare sui giganti: nel contesto della narrazione ciò potrebbe significare quanto l’insolenza degli uomini sia cresciuta e motivare l’intervento di Dio che ricorda come, senza il suo Spirito, l’uomo non possa vivere. La limitazione degli anni a 120, al di là del numero, è l’affermazione che la vita dell’uomo è limitata, non è infinita. Il dilagare del male nella storia sino a livelli distruttivi viene comunque affermata nel brano dall’odierna prima lettura, tratta dal libro della Genesi, a chiare lettere. Il narratore, infatti, scrive che «il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre». La descrizione impressiona per via delle dimensioni del male di cui riferisce: l’ampiezza su tutta la terra, la profondità nei cuori, la continuità nel tempo. Il narratore descrive, con tratti umani, il contraccolpo sul Signore di questa situazione: «Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo». Non manca anche il proposito di mettere fine all’alleanza con gli uomini, così come l’amata avverte il desiderio di troncare la relazione con l’amato, quando questi abbia superato la misura del male. Tutti questi sentimenti del Signore, di dolore e di voglia vendicativa, sono però solo lo sfondo sul quale brilla la volontà divina di rinnovare l’alleanza con gli uomini, salvaguardando e custodendo con ogni cura quel piccolo frammento di creazione che non vuole soccombere al male. L’indicazione data a Noè di introdurre nell’arca, accuratamente progettata dal Signore stesso, «di quanto vive, di ogni carne, […] due di ogni specie, […] maschio e femmina» testimonia la volontà divina di non distruggere nulla della creazione, ma di consentirle un nuovo sviluppo. Il diluvio si presenta allora come un esodo, un passaggio dalla schiavitù del male alla libertà nel bene, profezia di ciò che avverrà per il popolo di Israele attraverso il Mar Rosso e per tutta l’umanità mediante la pasqua di Gesù Cristo.

Il riferimento a Cristo viene esplicitato nell’odierno testo evangelico secondo Luca. Esso evoca anzitutto la condizione degli uomini ai tempi di Noè, che peraltro è una condizione persistente in ogni epoca. Gli uomini vivono concentrati sui bisogni più immediati – mangiare, bere, accoppiarsi – e sulle attività terrene – comprare, vendere, piantare, costruire –. L’ansia per l’immediato e la preoccupazione per il presente impediscono l’attenzione circa il proprio destino, occludendo la sguardo alla vita eterna. La vita si restringe dentro l’orizzonte terreno, il quale è rinchiuso dai chiavistelli della morte. Impossibilitato a uscire da sé da questi limiti, impaurito dal confine della morte, l’uomo di ogni epoca s’ingegna nel trattenere la vita, accumulando il più possibile ciò che consente di stare al mondo. L’attività alimentare e sessuale è ciò che permette all’uomo la sopravvivenza individuale e della specie, l’attività economica assicura le riserve per vincere l’ansia di non aver abbastanza per continuare a vivere. Ma per quanto l’uomo accumuli risorse terrene, esse non sono in grado di scongiurare la morte: la vita dell’uomo non può dilatarsi oltre il limite mortale. Questa dura realtà è espressa nella prima delle due frasi che concludono il brano evangelico, a mò di sentenza: «Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà». La pretesa di trattenere la vita che si possiede assomiglia a ciò che avviene all’acqua di una cisterna ermetica: dopo poco tempo imputridisce. La seconda frase della sentenza finale lascia però intendere quale sia l’alternativa alla sicura morte: «Chi la perderà – essa recita, riferendosi alla vita – la manterrà viva». Per meglio comprendere questa paradossale dichiarazione occorre leggerla nel suo legame alla figura del Figlio dell’uomo, nel giorno della sua manifestazione. Senza negare un significato ultimo, riguardante l’avvento finale di Cristo alla fine della storia, la dichiarazione ha valore presente e si riferisce all’affidamento della propria vita a Cristo. Il perdere la vita auspicato nella sentenza evangelica non equivale al venirne privati, ma al consegnarla a Cristo affinché la conduca, con la Sua, al di là della morte. Questo significato appare meglio illustrato nella versione del vangelo di Matteo, dove si esplicita che la perdita della vita valida per ritrovarla è quella dovuta all’amore di Cristo: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39).

L’alternativa tra il trattenere la propria vita, finendo per perderla, e il perderla a causa di Cristo, guadagnandola, è ripresa nella lettera di Paolo ai Galati da cui è tratta la prima epistola, opponendo il soddisfare i desideri della carne al camminare secondo lo Spirito. Desideri della carne e cammino nello Spirito non riguardano, come la nostra cultura lascerebbe intendere, la parte materiale e la parte spirituale dell’uomo, ma uno stile di vita centrato sull’appagamento egoistico dei propri bisogni o accordato all’amore per gli altri suscitato dallo Spirito santo, lo Spirito d’amore. L’opposizione tra l’uno e l’altro stile di vita si manifesta nelle «opere della carne» o, rispettivamente, nel «frutto dello Spirito». Le prime ledono la relazione con il prossimo, instaurando rapporti di cattiveria, l’altro, al contrario, suscita e alimenta l’alleanza buona con gli altri. Il frutto dello Spirito matura nella misura in cui l’uomo intrattiene il legame con Cristo, alla stregua del tralcio che produce frutto, e frutto abbondante, se saldamente innestato nella vite. L’Eucaristia che celebriamo è l’occasione offerta per rinsaldare la nostra comunione con Cristo.

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