V Domenica dopo Pentecoste

Gen 11,31.32b-12,5b; Sal 104(105); Eb 11,1-2.8-16b; Lc 9,57-62

La cura di Dio per l’umanità si è manifestata, secondo il racconto genesiaco della storia della salvezza, nell’aver sottratto una porzione di creature, umane e di ogni altra specie, alla distruzione di un male dilagante, rappresentato dal diluvio. Noè e la sua famiglia, con una coppia di ogni specie di altre creature è la semente risparmiata al disastro e destinata a tener viva l’umanità. È, infatti, con la discendenza di Noè che il Signore Dio entrerà in diretto contatto, stabilendo un’alleanza che lo vedrà a fianco del popolo d’Israele sino a inviare lo stesso suo Figlio come uomo tra gli uomini. Questo contatto iniziale, finalizzato ad aprire sul futuro la storia della salvezza è raccontato nella prima lettura tratta dal libro della Genesi.

Il personaggio principale è Abram, figlio di Terach, discendente di Noè. Con la sua famiglia egli è in movimento, data la condizione di nomadi che li caratterizza. La traiettoria del loro movimento parte da Ur dei Caldei, nella zona dell’attuale Bagdad, in Irak, e mira alla terra di Canaan, l’attuale Israele. Ma quella che potrebbe sembrare una normale migrazione di una tribù di nomadi acquisisce una fisionomia teologica. Il Signore interviene a determinare con un perentorio comando il corso degli eventi: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre». Ad Abramo è richiesto di lasciare ciò che costituisce l’identità stessa del suo essere uomo: la terra e la famiglia d’origine. La sua vita subisce una discontinuità profonda. D’ora in poi non dipenderà tanto dal passato da cui proviene quanto dal futuro verso cui viene indirizzato dal Signore. Il futuro è una nuova terra e una grande discendenza: «Vattene […] – comanda il Signore – verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione». Il cammino nel futuro della promessa di Dio, relativa alla terra e al figlio, non è un’avventura solitaria, un’impresa lasciata alle sole forze di Abramo. Egli e la sua famiglia saranno accompagnati dal Signore, che benedirà i loro incontri e si opporrà al male. Camminando al fianco del suo popolo, il Signore raggiungerà ogni famiglia che entrerà in contatto col popolo da lui benedetto. Il futuro indicato ad Abramo non è un orizzonte da contemplare restando immobili; è piuttosto un viaggio da intraprendere. A questo riguardo, l’ordine del Signore suona imperativo: «Vattene…». Ciò che potrebbe stupire della reazione di Abramo è la sua immediata corrispondenza, scevra da ogni domanda e obiezione. In fondo egli avrebbe avuto qualche ragione per sapere qualcosa circa un futuro solo promesso e in modo piuttosto vago: Dove sarà la terra promessa? Come potrà realizzarsi la promessa della numerosa discendenza? Il narratore tace dei sentimenti e delle disposizioni di Abram, della moglie di Sarai e di tutte le persone che, al loro seguito, «si incamminarono verso la terra di Canaan».

 Per scorgere il segreto della pronta obbedienza di Abramo al comando del Signore, dobbiamo rivolgerci al testo dell’epistola, tratto dalla lettera agli Ebrei. In esso, con puntiglio narrativo, si percorre la vicenda di Abramo e di Sara, sua moglie, facendo notare come in ogni situazione, essi siano stati sostenuti e mossi dalla fede: «Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo» e, precisa il testo, «partì senza sapere dove andava»; «per fede, egli soggiornò nella terra promessa». «Per fede, anche Sara, sebbene fuori dall’età, ricevette la possibilità di diventare madre». La fede di Abramo e di Sara non costituisce solo il movente che li incamminava verso il futuro promesso, ma anche la condizione per scorgere la profondità. E la profondità della promessa sconfina dal perimetro terrestre e sopravanza la discendenza umana. Gli antenati nella fede, pur vedendo e salutando solo da lontano i beni promessi, sono in grado di farne il fondamento della loro vita, al punto da dichiararsi «stranieri e pellegrini sulla terra», proiettati dunque «alla ricerca di una patria», che non è terrestre, bensì «celeste».

Fare della fede nella promessa di Dio il fondamento della propria vita non significa pensare genericamente a una divinità, ritenendola assistente e agente nella propria esistenza, ma corrispondere a un appello concreto, esigente e coinvolgente tutta la propria persona. Il testo evangelico odierno presenta la fede come la corrispondenza a Cristo, mediante una sequela pronta, senza indugi e condizioni. La fede cristiana non è un’idea circa Dio, nemmeno è un sentimento religioso. Non che manchino le idee e i sentimenti, ma le une e gli altri nascono da qualcosa che li precede, nascono dalla relazione con Cristo. La fede cristiana è essenzialmente una relazione, consistente nell’affidamento fiducioso dell’uomo a Cristo. L’autenticità della fede in Cristo ha come primo riscontro l’incondizionato legame con lui. Al «tale», primo dei tre di cui riferisce il testo evangelico, che dichiara di voler seguire il Signore Gesù dovunque egli vada, viene risposto che egli non va in qualche luogo. Seguirlo non significa dunque realizzare un proprio desiderio o appagare le proprie aspirazioni. Seguirlo significa fare del legame con Lui il proprio desiderio e la propria aspirazione, alla stregua di un bambino che non è preoccupato di dove lo conducono i genitori, ma della loro costante presenza. Un altro riscontro della fede cristiana autentica è il primato ad essa accordato rispetto ai doveri familiari. La radicalità di questa esigenza è chiaramente espressa nella seconda dichiarazione di Gesù a colui che già aveva dichiarato di volerlo seguire ma gli chiedeva di poter prima seppellire il padre, ottemperando a un grave dovere di figlio. Nemmeno questo dovere è primario rispetto a quello di annunciare il Vangelo, anzitutto con scelte di vita che ne mettano in evidenza la primaria importanza. Un ulteriore riscontro di autenticità della fede cristiana è la pronta corrispondenza alla sequela di Cristo, al netto di indugi e ritardi pur motivati da comprensibili ragioni, come quelle dell’«altro» tale che intendeva prima congedarsi da quelli di casa sua. Anche in questo caso, il Signore è perentorio nella scala dei valori: primaria è la relazione con Lui, rispetto alla quale le altre, anche le più care, sono subordinate. Questa fede, autentica e concreta, simile alla fede di Abramo e di Sara, ci è offerta come dono da accogliere, oggi ancora.

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