VI Domenica dopo Pentecoste

Es 33,18-34,10; Sal 76(77); 1Cor 3,5-11; Lc 6,20-31

L’evocazione della storia della salvezza, che le prime letture della domenica del tempo liturgico dopo Pentecoste propongono, riguarda oggi un episodio decisivo della alleanza tra Dio e gli uomini. Si tratta dell’alleanza che il Signore stabilisce con il popolo d’Israele, rappresentato da Mosè, sul monte Sinai. Affinché l’alleanza venga stipulata è necessaria la presenza dei contraenti, ed è così che il Signore, invitato da Mosè a mostrarsi, si lascia vedere e udire. La visione che il Signore concede a Mosè è, in verità, velata. «Tu non potrai vedere il mio volto» – dice il Signore al capo d’Israele – «vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere». Il Signore si manifesta mantenendo una distanza. Non si tratta di una volontà di tenersi lontano, ma della distanza implicita nel suo essere Dio, infinitamente trascendente, al di là della natura di uomo. L’uomo può percepire una traccia del passaggio di Dio, ma non può afferrarne la presenza. La trascendenza di Dio non impedisce all’uomo di venirne in contatto e di poter conoscere la sua natura. Ciò avviene, non per visione diretta – come si è detto – ma mediante l’ascolto della sua parola e l’obbedienza alla sua legge. La parola rivolta dal Signore a Mosè rivela la sua natura misericordiosa, che supera infinitamente il giusto castigo che gli uomini, commettendo il male, meriterebbero. La misericordia divina è mille volte più grande della punizione. E tale misericordia ha un riscontro nel dono della legge, obbedendo alla quale l’uomo può godere dell’alleanza benefica di Dio. Pur di concedere all’uomo questa possibilità, Dio rinnova il dono della legge, che il popolo d’Israele già aveva ricevuto attraverso Mosè, ma che aveva infranto sostituendo il culto del Signore con quello idolatrico del vitello d’oro. Il Signore non si rassegna al peccato degli uomini, benché siano «un popolo di dura cervice», e rinnovando l’alleanza sovrabbonda nella misericordia, meravigliando gli uomini non solo perché non li castiga a fronte della trasgressione della precedente alleanza, ma perché supera la misura immaginabile dei doni a loro concessi. È entro questa logica amorosa che la legge morale, condensata nel Decalogo, può e deve essere compresa. Al di fuori dell’alleanza misericordiosa, i comandamenti smettono di essere la parola che alimenta l’amore di Dio e del prossimo e assumono i tratti della pura proibizione.

La natura amorosa della legge divina viene compiutamente rivelata da Gesù: l’odierno testo evangelico di Luca riporta un discorso in cui brilla la qualità cristiana della legge. Si tratta di una legge di vita che sovverte il comune modo di pensare, secondo il quale la felicità dipende dalla ricchezza, dal benessere, dalla fortuna, dal plauso degli altri. Gesù dichiara beati, invece, i poveri, gli indigenti, i sofferenti, coloro che, a causa sua, in nome cioè della speranza riposta in Lui, sono derisi e malvoluti. Gesù non mistifica la povertà e la sofferenza, come se avessero valore in sé e, nella logica del contrappasso, costituirebbero titolo di credito per ricevere in futuro ciò che adesso non si ha. Ciò per cui Gesù dichiara beati i poveri, gli affamati, gli addolorati e i perseguitati, è il vantaggio che essi hanno nel cercare in Lui, e in Lui solo, la salvezza della loro vita. I beni terreni, quando sovrabbondano, illudono facilmente l’uomo di essere al sicuro, di non aver bisogno di niente, di essere autosufficiente nella vita e autonomo nelle scelte. La loro assenza rivela, invece, quanto l’uomo debba la sua vita ad altri e non a se stesso. Non di rado è questa l’esperienza di chi, lungamente assuefatto nella ricerca del benessere, a fronte di una malattia personale o alla perdita di una persona cara, scopre l’inconsistenza delle sue precedenti sicurezze. La legge di vita del vangelo di Gesù sprona i cristiani a non fare dei beni terreni il loro tesoro, finendo delusi, ma a godere, invece, dell’amore provvidente di Dio. Il riporre ogni fiducia in Dio, accordando le scelte della propria vita al suo amore, suscita e richiede l’amore del prossimo, così come Dio lo ama e Gesù, il Figlio suo, ha rivelato. Si comprende, allora, la vertiginosa altezza del comando di Gesù di amare i nemici, ribattendo colpo su colpo al male con il bene: «Fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male». La strategia amorosa illustrata da Gesù con esempi paradossali – «a chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro» – suona come la legittimazione della violenza. Invece che opporsi al male sembrerebbe che si debba diventare complici. Ma è proprio così? Non è invece la strategia indicata da Gesù la vera alternativa a un modo di reagire alla violenza che rimane prigioniero della violenza? La regola d’oro, posta a sigillo del brano evangelico odierno, muove nella direzione di fare agli altri ciò che si vorrebbe che gli altri facessero a noi: non vorremmo essere perdonati dal male che abbiamo commesso? Fare dell’amore cristiano, illustrato e vissuto da Cristo, la legge della propria vita sfida oltremodo le forze di cui un uomo o una donna dispongono. Confidando in se stessi si finisce per crollare sotto il peso di un amore che, per quanto ritenuto l’ideale, non si è realisticamente in grado di offrire. L’unica possibilità di amare secondo la legge nuova di Cristo è di trarre da lui l’amore per amare come lui ha amato.

L’epistola odierna, tratta dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi, espone questa tesi con l’uso di immagini agricole ed edilizie. Per quanto l’uomo possa e debba piantare le sementi e irrigare il campo, la forza del seme che cresce non viene dall’attività umana, ma dal Creatore del seme, della terra, dell’acqua. Così è dell’amore cristiano, che certo, essendo offerto in dono, può e deve essere seminato e coltivato dai cristiani, avendo però la sua origine in Cristo, nel quale Dio ha riversato tutto se stesso. Cristo è pertanto il fondamento dell’amore dei cristiani, proprio come le fondamenta di un edificio sono ciò su cui l’architetto progetta e realizza la costruzione. Questo fondamento siamo tutti invitati a ritrovare, affinché l’amore sia effettivamente vissuto tra i cristiani e sia credibilmente testimoniato nel mondo.

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