VII Domenica dopo Pentecoste

Gs 4,1-9; Sal 77(78); Rm 3,29-31; Lc 13,22-30

La liturgia della Parola prosegue nel ritrovare alcuni episodi salienti della storia della salvezza, evocandoli nella prima lettura e mostrando il realizzarsi della promessa e del significato che contengono nell’epistola e nel testo evangelico.

La prima lettura, tratta dal libro di Giosuè, racconta di come la memoria di Israele viene attivata a riguardo del miracoloso ingresso nella terra promessa. Tale miracolo ripropone quello dell’uscita dall’Egitto. Come là il mare si era aperto lasciando passare il popolo all’asciutto, così qui «le acque del Giordano si divisero dinanzi all’arca dell’alleanza del Signore. Quando essa attraversò il Giordano, le acque del Giordano si divisero». Come allora, anche ora le acque del fiume sbarrano il cammino del popolo. Allora, come ora, il popolo sperimenta la potenza di Dio, al quale nulla è impossibile. Che sia la potenza divina a permettere l’umanamente impossibile è evidente dal racconto del passaggio del Giordano (Gs 3,14-17), di cui la prima lettura è l’immediato seguito. Davanti al popolo marciano i sacerdoti che portano l’arca dell’alleanza, contenente le tavole della legge che il Signore aveva dato a Israele per mano di Mosè. L’arca dell’alleanza è dunque il segno tangibile della presenza del Signore in mezzo al suo popolo. Non appena i sacerdoti entrano nel fiume, le acque si interrompono e rimangono tali – le acque che fluivano dall’alto ferme, le acque che scorrevano a valle staccate – sino a che i sacerdoti con l’arca dell’alleanza stanno immobili nel mezzo del fiume, affinché tutto il popolo lo attraversi all’asciutto. Prima che i sacerdoti fuoriescano dal letto del fiume, viene ordinato a dodici uomini, uno per ciascuna delle dodici tribù costituenti Israele, di raccogliere dal fondo del fiume dodici pietre, affinché siano conservate quale «memoriale per gli Israeliti, per sempre». La memoria del popolo viene ulteriormente fissata dalle dodici pietre che Giosuè pianta nel fiume, in corrispondenza dei piedi dei sacerdoti che, fermi in mezzo con l’arca dell’alleanza, avevano atteso il passaggio di tutto il popolo. La memoria di Israele viene supportata mediante la pietra, affinché duri nel tempo e sia sempre viva nel popolo. Ciò che la memoria deve trattenere saldamente è l’intervento miracoloso di Dio nella storia, il suo aprire al popolo possibilità di vita inaspettata, consentendogli di sperare oltre ogni speranza. Israele è, però, solo un popolo tra i numerosi che compongono la mappa delle nazioni. In che atteggiamento si pone Dio nei confronti degli altri popoli, di tutti gli uomini?

L’epistola odierna, ripresa dalla lettera di Paolo ai Romani, prende spunto proprio da questo interrogativo: «Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei?». La risposta, anche enfatica, è che Dio è Dio «anche delle genti», ovvero di tutti gli uomini che non appartengono a Israele, ma ad altri popoli. Non vi sono, del resto, altri dei: «unico è il Dio» che offre la possibilità agli uomini di agire giustamente, di camminare cioè in modo tale da attraversare i limiti e i pericoli della vita sino a raggiungere la salvezza. L’universalità della salvezza raggiunge gli uomini non senza la fede che agli uomini è richiesta per essere resi giusti, capaci di camminare giustamente nella vita. Un dono non è accolto come tale se chi lo riceve non ripone la sua fiducia nel donatore. Senza fiducia nel donatore, il dono viene rifiutato o trattato con sospetto, a causa della paura che si tratti di un inganno. La fede in Dio potrebbe apparire come un atteggiamento ingenuo, credenza basata su un cieco affidamento a una misteriosa volontà di cui nulla è noto. Credere assomiglierebbe a scommettere, cosicché agire in un modo piuttosto che in un altro sarebbe indifferente, perché ciò che risulterebbe determinante sarebbe la volontà divina di considerare giusti gli uomini, indipendentemente dal loro comportamento di vita. La fortuna, si sa, è una dea bendata che non fa differenza tra i giusti e gli ingiusti: così sarebbe Dio, la cui salvezza comunque giungerebbe agli uomini, sia che la accolgono, sia che la rifiutino. Non va in questa direzione l’insegnamento di Paolo ai Romani che, dopo aver affermato quanto la fede sia decisiva in ordine alla salvezza – i circoncisi e gli incirconcisi, ovvero i Giudei e ogni altro popolo saranno giustificati per mezzo della fede – si preoccupa subito di confermare la Legge. La fede non scalza la Legge, ovvero il dovere di vivere secondo la volontà di Dio rivelata agli uomini. La fede, semmai, è il fondamento dal quale gli uomini possono trarre la forza per praticare la Legge. La fede non è infatti un sentimento interiore o una comunione intellettuale. La fede è un effettivo modo di vivere in corrispondenza al cammino tracciato e consentito da Dio.

Quanto la fede esiga la totalità dell’impegno di vita degli uomini è espresso nel brano evangelico tratto dal testo di Luca. La domanda di un tale, che nel suo anonimato può ben rappresentare ciascuno di noi, verte proprio sulla salvezza per gli uomini: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Gesù non assume la domanda in termini impersonali, ma subito la volge in seconda persona, rivolgendosi a tutti i suoi uditori: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». L’immagine rinvia immediatamente alla necessità di adattarsi, di conformare la postura alla sagoma di una porta non agevole da passare. Fuor di metafora, il riferimento è a Cristo stesso, il quale esplicitamente si presenta come la porta attraverso la quale, se uno entra, sarà salvato (cf Gv 10,9). Ma è lo stesso brano di Luca che, nel prosieguo, stabilisce l’equivalenza tra la porta stretta e la corrispondenza nei fatti, non solo a parole, al vangelo di Gesù. Credere nel Signore non può ridursi nello stare alla sua presenza e nell’udire il suo insegnamento. Credere significa vivere come Lui ha insegnato e vissuto, operando la giustizia, ovvero il giusto rapporto con Dio e con il prossimo, giusto rapporto che consiste nell’amore per Dio e per il prossimo, secondo la sintesi del duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27). Se per un verso, la fede cristiana coinvolge in modo assai esigente la vita, per altro verso essa è alla portata di tutti, perché l’unico titolo che richiede è di corrispondere all’amore di Dio. Ecco perché l’orizzonte della fede cristiana è universale, raccogliendo uomini e donne provenienti dai quattro punti cardinali. Con la possibile sorpresa, anticipata da Gesù, secondo cui ultimi e primi potranno essere scambiati di posto nel Regno dei cieli. Là, la prossimità a Dio e al prossimo sarà dovuta a null’altro che all’amore con cui li si è amati.

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