VIII Domenica dopo Pentecoste

1Sam 3,1-20; Sal 62(63); Ef 3,1-12; Mt 4,18-22

La storia della salvezza vede l’intervento di Dio nelle vicende degli uomini, a cominciare dal popolo di Israele. Non è mai un intervento rivolto ai singoli a prescindere dagli altri uomini, eppure non è mai un generico rapporto con tutto il popolo. Dio non considera gli uomini come una massa indistinta, e quand’anche mira a tutto il popolo, intesse legami personali con qualcuno, cosicché la comunicazione avvenga non tramite comunicati impersonali, ma mediante le persone. La liturgia della Parola di quest’oggi fotografa tre episodi decisivi lungo il corso della storia della salvezza in cui Dio stabilisce un legame di speciale intensità con singoli uomini per raggiungere ogni altro.

Il primo episodio, riportato nella prima lettura tratta dal primo libro di Samuele, riguarda il tempo in cui Israele, ormai stabilito nella Terra promessa, struttura la vita sociale e religiosa mediante dei giudici, cui è affidato il governo delle varie tribù. La relazione del Signore con il popolo di Israele langue, a causa dell’ingiustizia praticata dalla generazione dei più giovani, rappresentati dai due figli di Eli, a sua volta rappresentante della generazione più anziana, cui il Signore rimprovera di non ammonire i figli. La volontà divina di stringere legami di vera alleanza con Israele non si rassegna alla situazione e cerca nuovi interlocutori, più corrispondenti e disponibili. È il caso del giovanissimo Samuele, al servizio di Eli nel tempio del Signore. Samuele sarà uno dei più grandi profeti dell’Israele prima del periodo monarchico, colui che ungerà il primo re d’Israele, Saul. Benché Samuele potesse apparire svantaggiato rispetto al vecchio maestro Eli, perché «fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore», proprio la sua freschezza mentale e di cuore lo rende il miglior destinatario della parola del Signore. Il vecchio Eli conosce, meglio del giovane Samuele, quali sono i segni del Signore che parla: non è però più in grado di ascoltare la parola del Signore. Lo è, invece, Samuele, il cui ascolto è reso possibile dalla sua pronta disponibilità. «Eccomi», è già la sua risposta alla chiamata del Signore, quando ancora non sa chi lo chiama. Non appena istruito che è il Signore a chiamarlo, la sua disponibilità diviene subito la disposizione ad eseguire ciò che il Signore comanda: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». L’ascolto di Samuele lo rende un grande profeta perché non riguarda solo l’attenzione uditiva, ma si traduce in pratica effettiva della parola di Dio. Samuele, infatti, non «lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole».

Quale sia la potenza della chiamata che Dio rivolge a taluni uomini e che cosa essa comporti è raccontato nell’episodio evangelico, che narra la chiamata da parte di Gesù dei primi discepoli. Sin tratta di due coppie di fratelli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, tutti quanti pescatori in attività. Pietro e Andrea stanno gettando le reti quando Gesù, in cammino lungo il mare di Galilea, li vede e li chiama. La chiamata di Gesù è anzitutto a seguirlo: «Venite dietro a me». La meta non è chiara, poiché prospetta un’attività nota solo per metà: «Vi farò pescatori di uomini». Che cosa significhi pescare è ben noto ai quattro chiamati; che cosa significhi pescare uomini, al momento può solo dare a pensare. La chiamata di Gesù giunge nel bel mezzo della vita lavorativa e familiare ed esige di riconfigurare il lavoro e i legami affettivi. Pietro ed Andrea lasciano le reti, Giacomo e Giovanni, similmente, lasciano la barca e il padre, anch’egli dedito all’attività lavorativa di famiglia. Ciò che può stupire del mettersi a seguire Gesù da parte di questi primi chiamati è l’immediatezza: essi lasciano lavoro e affetti «subito». Non una parola, non una domanda, nessuna condizione viene posta a Gesù. La scena è dominata dal movimento delle mani che lasciano e dei piedi che si muovono dietro a Gesù. Il fascino imperativo della persona di Gesù è convincente e sufficiente per seguirlo. Le ragioni per farlo stanno tutte nel tono del suo invito e nella promessa che lascia balenare. Chiedendo ai discepoli di andare dietro a lui, Gesù non li sequestra per sé, ma li associa alla sua opera di evangelizzazione, affinché molti siano guadagnati all’ascolto della parola di Dio e alla pratica della sua volontà.

L’ulteriore spiegazione di questo servizio è a tema nell’epistola, tratta dalla lettera agli Efesini, nella quale si considera il tempo della Chiesa, inaugurata dal ministero degli apostoli, tra cui spicca la figura di Paolo, chiamato da Dio a seguito della risurrezione di Cristo dopo la conclusione, con la morte in croce, della sua vita terrena. Nella densa testimonianza dell’apostolo Paolo brilla la grazia di Dio, alla quale egli attribuisce l’iniziativa del suo ministero. Non è per mezzo della sua riflessione e della sua ricerca che egli ha compreso il mistero di Cristo e la chiamata al suo servizio, ma «per rivelazione». Su questa iniziativa gratuita di Dio Paolo insiste, confessando ripetutamente che si tratta di una grazia concessagli, come agli apostoli e ai profeti, per mezzo dello Spirito. La gratuità dell’iniziativa divina risalta ancor più per contrasto con la sua persona: lo stesso Paolo dichiara di essere «l’ultimo fra tutti i santi». Non è dunque per merito che si è chiamati, ma per grazia divina. La potenza della chiamata a conoscere il mistero di Dio è tale da conquistare totalmente la vita di Paolo, disponendolo all’annuncio per tutte le genti. La sua autopresentazione è, in tal senso, assai eloquente: «Io, Paolo, il prigioniero di Cristo, per voi pagani…». La chiamata che egli ha ricevuto, se da un lato lo lega intimamente a Cristo, dall’altro lo invia alle genti, affinché a tutti gli uomini giunga la medesima chiamata ad accedere, tramite la conoscenza di Gesù Cristo, al «mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo». Non si tratta di una conoscenza solo mentale, ma esistenziale: «Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo», quella di entrare nelle «impenetrabili ricchezze di Cristo» ed essere illuminati «sulla attrazione del mistero nascosto da secoli in Dio».

La chiamata di Dio agli uomini, affinché entrino in contatto vivo e in alleanza vitale con Lui, attraversa l’intera storia della salvezza, scandita dal tempo di Israele, dal tempo di Gesù, dal tempo della Chiesa, nel quale noi stessi viviamo. Anche a noi giunge la chiamata che è, indissociabilmente, dono gratuito e impegno a onorarla, con prontezza e dedizione.

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