Omelia nelle esequie di mia mamma

Sabato 25 luglio 2020 ore 10 – Inzago – Parrocchia S. Maria Assunta – Letture: Ct 3, 2-5; 8, 6-7; Sal 62 (63); Gv 20, 1. 11-18

Sembra che la vita cominci con la nascita e finisca con la morte. Sembra che si cominci a vivere il giorno che si nasce. In effetti, si è soliti contare gli anni di vita da quello in cui si è nati e si festeggiano i compleanni al ricorrere della data di nascita. Tuttavia, chi nasce ha già iniziato a vivere nel grembo della donna che lo ha concepito. Il nascituro già percepisce il mondo esterno, già intesse la relazione emotiva con la madre, ma senza poter riconoscere l’uno e l’altra. Non è un caso che la nascita sia descritta come il venire al mondo, il venire alla luce. La nascita è quindi ritenuta l’ingresso nella vita, la soglia attraverso cui si passa dalla vita confusamente percepita alla vita consapevolmente riconosciuta.

La nascita avviene con il parto e il parto è un evento travagliato, per il bambino, per la madre, per coloro che in vario modo, direttamente o affettivamente – si pensi al padre – assistono al parto. Il parto preoccupa e impaurisce. Comunque sia, non avviene senza che tutti i coinvolti ne soffrano. Eppure il parto è desiderato e la sofferenza che l’accompagna è sopravanzata dalla gioia della nascita.

Gesù fissa con efficacia l’evento del parto: “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16,21). Ciò che stupisce delle parole di Gesù è che egli ricorre all’evento del parto per parlare dell’esperienza della morte. Egli le pronuncia infatti durante l’ultima cena, nell’imminenza della sua dolorosa passione in vista della resurrezione.

Le parole di Gesù non corrispondono allo sguardo umano sulla morte. Sembra infatti agli uomini che la vita, cominciata con la nascita, sia conclusa dalla morte. La morte interrompe la storia di vita inaugurata con la nascita. Questo consueto e ovvio sguardo sulla vita umana viene scompaginato da Gesù. Egli, paragonandola a un parto, insegna che la morte non è la fine della vita, ma la sua trasformazione da vita terrena a vita eterna. Non a caso i cristiani definivano anticamente il giorno della morte come il giorno della nascita al cielo. In questa visione, la sofferenza della morte è paragonabile al parto che conclude il tempo della gravidanza e inaugura quello della vita nel mondo. Il doloroso parto della morte pone termine alla gravidanza terrena e immette nella vita eterna.

Se la vita terrena assomiglia a una gravidanza allora la sua fine non è un male, benché non si possa negare che giungendo, faccia paura, e vivendola, faccia male. Proprio come raccontano le donne del parto del loro bambino… La gravidanza e il parto, con cui si nasce su questa terra, sono la parabola di come la vita terrena e la morte siano la preparazione e la nascita alla vita eterna.

E così noi ora, nella fede cristiana, celebriamo il parto di mia mamma alla vita piena ed eternamente gioiosa. Il suo è stato un parto giunto al termine di una lunga gravidanza terrena, durata ottantanove anni. È stato un parto le cui doglie sono cominciate già sette anni fa, quando papà l’ha preceduta. La mancanza del suo Ambrogino – così le piaceva chiamarlo –,  l’unico grande amore della sua vita, ha acceso una costante nostalgia di essere ancora con lui, sempre più intensa con il passare del tempo. Dopo aver servito con totale abnegazione la sua famiglia, dopo aver accompagnato ogni fase di vita dei suoi figli con costante cura e ordinata finezza, dopo aver assistito con insuperabile dedizione il papà nella sua lunga malattia, dopo avere visto ormai adulti i suoi amati nipoti, diventando persino bisnonna, riteneva che la sua vita fosse stata tutta vissuta.

Lungo gli anni della sua vedovanza, i suoi figli, specialmente la sua figlia primogenita – mia sorella – con il marito medico, i suoi nipoti, gli altri suoi familiari, non gli hanno fatto mancare nulla, talvolta anche incontrando gli spigoli del suo carattere e faticando per superare la sua connaturale ritrosia nel concedersi. Tuttavia, l’essere sopravvissuta a papà più di quanto avesse immaginato, l’aver vissuto più a lungo dei suoi genitori e fratelli che l’hanno preceduta nella morte, le dava l’idea che la sua vita fosse ormai troppo oltre la giusta misura.

La mamma non ha solo desiderato il suo parto alla vita eterna. Lo ha anche temuto. Apparteneva ad una generazione educata alla pratica religiosa, ai doveri della vita cristiana, all’autentico affidamento a Dio, specialmente tramite la Madonna. Una generazione cui però la Chiesa ha presentato un Dio di cui temere il giudizio, più che un Dio di cui gioire per il suo amore.

Il parto della mamma alla vita risorta è stato, infine, un parto vissuto nell’affidamento sereno. Sabato scorso, dopo la brutta caduta sulle scale di casa, al Pronto Soccorso, abbiamo detto insieme una preghierina perché il Signore che – diceva lei – continuava a non volerla lassù, finalmente la prendesse con sé. Abbiamo vissuto i tre giorni successivi senza poterla né vedere, né sentire a causa delle regole ospedaliere in questi tempi di pandemia. Provvidenzialmente, la sera prima e la mattina stessa del giorno in cui è morta, ho potuto incontrarla: era serena e rilassata, come raramente nella sua vita. Non si poteva immaginare che solo un paio d’ore più tardi sarebbe già finito il travaglio e giunto il momento del parto.

Ora è là, nell’amore. L’amore che palpitava profondo e intenso nel suo cuore. l’amore che nella vita terrena, per educazione e carattere, ha sempre un po’ trattenuto e controllato, ora può viverlo con passione e trasporto, senza più timore del giudizio altrui e di apparire eccessiva. È morta nel giorno della memoria liturgica di Maria Maddalena, colei che ha amato intensamente il suo Signore, colei che per prima l’ha visto risorto. Mi è caro credere che ora la mamma, anch’essa di nome Maria – Mariuccia per tutti – senza più quell’apparecchio acustico che l’ha lungamente penalizzata e fortemente condizionata, possa sentire nitidamente la voce di Gesù risorto che la chiama per nome e la invita a godere del suo amore, nell’abbraccio di tutti coloro che l’aspettavano.

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