IX Domenica dopo Pentecoste

2Sam 12,1-13; Sal 31(32); 2Cor 4,5b-14;  Mc 2,1-12

La storia della salvezza non scorre tranquilla come un fiume silenzioso che scivola alla foce, ma conosce vortici e gorghi, mulinelli e sbarramenti, come quelli di un torrente di montagna che deve aprirsi a fatica un varco tra pietre e legname. Anche la vita di coloro che sono stati chiamati da Dio nell’alleanza e inviati tra gli uomini per renderla nota può divenire un ostacolo invece che costituire un veicolo. Il peccato intralcia l’amore che Dio versa nella storia degli uomini affinché lo conoscano e ne siano conquistati. Ciò non impedisce all’amore divino di continuare la sua corsa, con ancor maggior vigore, così come il torrente, impedito di transitare da un masso, si gonfia e sguscia più rapido altrove. Il peccato dell’uomo è superato dal perdono di Dio.

Il dramma del peccato e la sorpresa del perdono sono vividamente raccontati nella prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele. L’episodio narrato riguarda Davide, il re per eccellenza di Israele, del quale pure il peccato può essere detto grande. Il re Davide, ricco di ogni proprietà, circondato da mogli, s’invaghisce della moglie di un prode guerriero del suo esercito. Commesso adulterio, per nascondere la gravidanza che ne consegue, Davide richiama il guerriero Uria dal fronte, propiziando un incontro con la moglie. Ma la probità del guerriero, che non vuole concedersi una tregua coniugale in tempo di guerra, impedisce a Davide di effettuare il suo piano, facendo passare per figlio di Uria quello che in realtà è suo figlio. La determinazione di Davide si mostra allora in tutta la sua violenza. Uria viene nuovamente inviato al fronte ed esposto al pericolo mortale del nemico, senza difesa, in modo che venga ucciso. La gravità del male compiuto da Davide è tale che, come avviene in questi casi, egli stesso rimuove il senso di colpa, provando a sistemare il misfatto senza ammettere il peccato: manda  a prendere Betsabea, ora vedova di Uria, che diviene sua moglie e partorisce il figlio dell’adulterio. L’ammissione diretta del proprio peccato sarebbe troppo gravosa per Davide, che non potrebbe reggere alla gravità della sua colpa. Non è raro che gli uomini compiano ciò che poi non sono in grado di ammettere perché troppo maligno ai loro stessi occhi. Per difendersi dal senso di colpa scattano allora i meccanismi di autodifesa, quale quello di trovare motivi per scusarsi, perlomeno di un male troppo grave. Per aggirare lo scudo dietro al quale Davide si nasconde per difendersi del male che egli stesso ha compiuto, il Signore, per tramite del profeta Natan, impiega la strategia di un racconto in cui un ricco compie ingiustizia nei confronti di un povero. Chiamato a giudicare i fatti, Davide non esita un secondo a condannare il ricco, ma a questo punto non può evitare di riconoscersi nel ricco che ha gravemente violato il diritto del suo povero guerriero, sottraendogli la moglie e persino la vita. Solo a questo punto, ma ormai senza più alcuna resistenza, Davide riconosce il male compiuto: «Ho peccato contro il Signore!». La sorpresa, a fronte della confessione di Davide, è che l’accusa e il castigo scompaiono ancor più veloci che la neve al sole: «Natan rispose a Davide: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai»

Il perdono quale atteggiamento di Dio nei confronti dei peccati degli uomini è annunciato e praticato da Gesù nel corso di tutta la sua vita terrena, sino al culmine del perdono sulla croce. L’episodio evangelico odierno, tratto dal secondo capitolo del testo di Marco, riferisce di una guarigione fisica che Gesù opera per rivelare il suo effettivo potere di perdonare i peccati, potere di cui solo Dio è titolare. L’intreccio tra la malattia fisica e il male morale, vale a dire il peccato, era ritenuto assai più stretto nella cultura religiosa dei tempi di Gesù che in quella attuale. Comunque sia, la paralisi che affligge l’uomo calato dal tetto nel punto della casa in cui Gesù stava predicando rende plasticamente l’idea degli effetti del peccato: all’uomo viene impedito di muoversi e di fare, di entrare in contatto con le cose del mondo e con gli altri uomini. La sua vita risulta mortificata. All’irrimediabilità di questo stato di paralisi può provvedere solo Dio, che in quanti credono può ricreare le condizioni di vita e di vitalità. Lo sanno bene gli scribi che sentono Gesù pronunciare la frase, scandalosa per i loro orecchi religiosi: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». «Perché costui parla così? – pensavano in cuor loro – Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». In questo loro ragionamento, sbagliata è la conclusione, non la premessa. La giusta premessa da cui partono è che Dio solo può perdonare i peccati, la conclusione è che Gesù bestemmia, perché non è Dio. Per correggere questa conclusione e convincere gli increduli che in lui opera effettivamente Dio stesso, di cui egli è il Figlio, Gesù guarisce il paralitico ordinandogli di alzarsi, prendere la sua barella e andare a casa sua, ciò che costui prontamente compie. La ritrovata abilità di muoversi del paralitico testimonia, attraverso la realtà del corpo, la guarigione dello spirito, che nel corpo risiede e attraverso il corpo abita il mondo e vive le relazioni umane. La potenza divina di perdonare, sciogliendo i lacci del male con la sovrabbondanza dell’amore, entra nel mondo degli uomini attraverso l’umanità di Gesù, il quale la trasmette ai discepoli.

Del servizio concesso e richiesto a costoro tratta l’epistola odierna, che propone un brano della seconda lettera di Paolo ai Corinzi. A nome di coloro che sono investiti del suo stesso ministero di annuncio «della gloria di Dio» che risplende «sul volto di Cristo», l’Apostolo prospetta il contrasto tra il potere divino che Dio affida agli uomini e la fragilità umana alla quale Dio non teme di affidare il suo potere. «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta» – esemplifica Paolo – spiegandone il motivo: «affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi». Tra ciò che Dio affida ai discepoli e la loro capacità di corrispondervi vi è una sproporzione insuperabile, la quale non è però un deficit da subire rassegnati, ma l’invito a riconoscere la forza di Dio nella debolezza umana. Lo stesso peccato degli uomini non segna lo scacco matto alla potenza di Dio che, anzi, nel peccato si sprigiona ancora maggiormente raggiungendo l’iperbolica misura del perdono.

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